L’oratorio di Santa Maria della Neve alla Maestà, storia di un antico oratorio Bolognese
Salendo verso San Luca dalla via più dolce di Casaglia, poco prima di arrivare al Santuario si incontra un piccolo oratorio. Sulla sua facciata si trova una croce, che appare già a prima vista molto antica.
Innanzitutto dove ci troviamo esattamente? L'indirizzo odierno è via di Montalbano 14 (coordinate GPS: 44.4723333 11.2936706, cfr. scheda su tourer.it). L'attuale proprietà privata, per recente acquisizione, è l'attività di Bed & Breakfast l'Antico Podere di San Luca.
Abbiamo anticipato in incipit il particolare della sua croce, antica testimonianza che merita i nostri approfondimenti, così come prima di noi glieli ha dedicati Oriano Tassinari Clò (1988, pp.426-428) cui ci riferiamo come principale fonte. Due sono le epigrafi riportate sulla croce, con diverse date e riferimenti. Ma andiamo con ordine. La prima è la traccia più antica, che ci riporta indietro nel tempo addirittura al 1277.
D . TIBU
RGA FEC
FIEI: H
:OP:
M:C:C:L:X:X:V:I:I:INDTOE:
QNTA: DIE: XX V: AGO:
Tassinari Clò la trascrive come "D(omina) TIBURGA FEC(it) FIE(r)I H(oc) OP(us) MCCLXXVII INDICTIONE QUINTA DIE XXV AGO(sti)" (ibidem, p.426).
Chi era codesta "Donna Tiburga"? L'opera che ha voluto far ricordare il 25 agosto 1277 con questa croce è la realizzazione dell'antica "Maestà" che pre-esisteva all'attuale oratorio in questo luogo – da cui per lungo tempo è derivato e giunto fino a noi il nome alla stessa località e gruppo di case – oppure proviene da altrove? Domande aperte cui cercheremo di dare risposte a seguire.
Un elemento storico certo è invece dato dalla seconda epigrafe, con il riferimento a una famiglia, quella dei Canuti, che su queste colline aveva vari possedimenti, così come anche a valle con la loro antica casa tuttora esistente su Via Saragozza accanto al Meloncello.
ET RESTA (uratum fuit)
A MATEO
ET FILIIS
DE CANUTIS
MDCXVI
X AUGUSTI
Matteo e i suoi figli hanno infatti lasciato a imperitura memoria sulla croce traccia del loro restauro, datato 10 agosto 1616.
La famiglia Canuti, il cui membro più noto è il pittore Domenico Maria (1625-1684), possedeva anche un altro oratorio, più a Nord verso il Santuario di San Luca, che da loro prese il nome. "È giunto il momento di parlare del Canuto, luogo di remoto insediamento dove ancora nel XVI secolo esistono colture di olivo. È citato fin dal XIV secolo e prende il nome o lo dà dalla famiglia Canuti ben nota nella vita civile e ecclesiastica bolognese nel 1556-1562 (...). L'oratorio di S. Giovanni Battista Decollato del Canuto sorgeva nel luogo dell'attuale Ghisiola (che, come è intuibile, significa chiesuola) già nel 1315-16. Tra il 1835 e il 1847 l'oratorio scompare e non ne rimangono oggi più tracce" (Tassinari Clò, pp.394-395).
Sempre ai Canuti si deve lo stesso toponimo di "Maestà" che ha caratterizzato, sin dal XVI secolo, la località dove sorge l'oratorio di Santa Maria della Neve. Consultando le Visite Pastorali e le Miscellanee Vecchie dell'Archivio Arcivescovile, Tassinari Clò trova primi riferimenti a una "Maestà de quelli da Canudi, depinta et assai decente" - menzione del 1593 confermata recentemente anche da Pietro Pandolfini (AAB, Visite Pastorali 21, c. 249). L'indicazione non ci dà ulteriori informazioni su che tipo di struttura esistesse ma si può pensare che, per essere menzionata in una visita pastorale, vi fosse qualcosa di più significativo di un'edicola votiva "a pilastrino" (come quelle che punteggiano il nostro territorio) e che vi fosse qualcosa di maggior rilievo.
Tassinari Clò poi riporta che Don Giacinto Canuti, a fine XVII secolo, attribuiva la fondazione dell'oratorio alla sua famiglia nel 1616, quando come testimoniato dalla seconda epigrafe citata in precedenza il loro intervento fu di "restauro". Potrebbe essere stato quindi più di un solo restauro della "maestà" esistente e piuttosto un allargamento (se non la trasformazione in oratorio) della struttura preesistente.
Sempre secondo Tassinari Clò “Certamente l’oratorio sorge nel luogo dell’antica maestà ed essa proviene l’interessante croce-lapide. Chi fosse poi Donna Tiburga è da scoprire”. Lo studioso poi riporta un dettagliato resoconto dei passaggi di proprietà e delle visite pastorali, che spiegano anche il “doppio” toponimo. Per tutto il ‘600 S. Maria appartiene ai Canuti della Ghisiola. Nel 1654 don Bonaiuti segnala che per legato del capitano Marco Antonio Canuti il parroco di Casaglia “dovrebbe” celebrarvi 3 messe annue; nel 1693 quando l’oratorio è di don Giacinto [citato in precedenza] lo si dice “provvisto di ogni cosa necessaria”; cinque anni dopo è già dei Guizzetti e il cardinale Boncompagni prescrive “ecclesiam exterius rubro colorari”. Le dimensioni del tempietto sono 10 piedi per 8. Esso appartiene ai Guizzetti per tutto il secolo XVIII.
Nel 1734 Lambertini ordina “imaginem titularis super ostium oratorj erigi”. Pietro Pandolfini, con le sue ulteriori ricerche presso l'Archivio arcivescovile consultando direttamente a ritroso nel tempo le Visite Pastorali che coinvolsero la parrocchia di Casaglia, conferma che risale a quest'anno la prima menzione dell'oratorio di Santa Maria della Neve (AAB, Visite Pastorali 52, p. 404). E che viene decretato che per l'oratorio "si ottenga la licenza per celebrare".
Sono con ogni probabilità i fratelli don Giovanni Giacomo e don Bartolomeo Guizzetti - secondo Tassinari Clò - a commissionare a Petronio Fancelli (1737-1800), poco dopo la metà del secolo, la decorazione dell’interno.
La zona, che nel catasto Boncompagni è chiamata il Guizzetto, in quello Gregoriano è detta la Maestà.
Approfondendo grazie alle ricerche di Pietro Pandolfini le informazioni catastali, emerge che nel Catasto Boncompagni - nella carta "Pianta in misura di Casaglia (...)", datata 30 aprile 1787 e conservata nell'Archivio di Stato di Bologna, e nelle allegate "Casaglia, misure 1782 e revisione 1783" (ASBo, Catasto Boncompagni, Serie II, vol. 2, p. 378) - il podere San Luca viene indicato con il numero 38, composto dalle particelle 2, 9 e 15, di proprietà di Bartolomeo Guizzetti che a poca distanza aveva anche altre proprietà (al numero 30). Gli edifici rappresentati nella carta citata sono 4, come oggi; il quarto quasi certamente è riconducibile all'oratorio di S. Maria della Neve anche se non è indicato come tale (assenza di croci o altre denominazioni).
Per cercare nuovi riscontri e informazioni sul Podere e oratorio, lo studioso Pietro Pandolfini ha svolto ulteriori ricerche anche su altri fondi.
In primis, ha potuto consultare presso l'archivio dell'Ufficio acque e strade (ASBo, Ufficio acque e strade, Campioni delle strade, vol. 14, Casaglia) la carta dal titolo "6 novembre 1775. Pianta che dimostra l'andamento di tutte le strade stradelli sentieri pubblici e privati che sono nel Comune di Casaglia". In questa mappa, lungo la "strada pubblica della di San Lucca" (attuale via di Montalbano) è rappresentata con un edificio (non indicato come oratorio) la vicina località "Ghisiola", mentre non sono riportati toponomi specifici in corrispondenza del Podere (se non disegnato un generico edificio).
Successivamente, Pandolfini ha approfondito altre documentazioni legate al Catasto Urbano, e in particolare le dichiarazioni dei proprietari e dei periti (sempre fonte ASBo). Relativamente al Podere San Luca (la citata particella 2 del numero 38), il proprietario Bartolomeo Guizzetti dichiara in data 11 novembre 1797 di avere costruito nel suo predio di Casaglia "un casino per mio uso in tempo di villeggiatura". Non ci sono ulteriori descrizioni degli edifici che componevano questo casino di campagna. Guizzetti abitava in città, in via del Pratello 444, nella parrocchia di S. Lorenzo di Porta Stieri. Il capo mastro muratore Giuseppe Parisini venne invitato a valutare l'affitto annuale, stimato in lire 50 come attesta la sua nota manoscritta del 13 novembre del 1797.
Secondo Tassinari Clò, nel 1847 ai Guizzetti, ancora proprietari nel 1838, subentrano i Fabbri. Il cardinale Viale Prelà ordina che "sacrarii parietes ut opus est dealbentur". I Fabbri possiederanno la chiesina fin dopo la Seconda Guerra Mondiale. Negli anni Settanta il complesso è acquistato dal dottor Romano Bonaga, che nel 1986 attua restauri e ricolloca nella facciata la duecentesca croce da tempo trasferita all'interno" (Tassinari Clò, pp.427-28).
Ma cosa ci dicono le altre grandi fonti storiche a stampa di questo oratorio e di questo luogo?
Se una ricerca nella Bologna Perlustrata di Antonio Masini non restituisce alcuna evidenza, Serafino Calindri nel suo Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico cita gli oratori della parrocchia di Casaglia ma non Santa Maria della Neve (1781, p.81). Ed è proprio questa l'unica differenza rispetto a Enrico Corty che, ne Le chiese parrocchiali della diocesi di Bologna, ritratte e descritte, descrive dettagliatamente gli oratori esistenti allora, compreso "(...) quello sacro alla Beata Vergine sotto il titolo della Neve denominato il Guizzetto, appartenente al sig. Fabbri (...)" (1847, II).
All'oratorio in località "Guizzetto" e agli allora proprietari (patronato) della famiglia Fabbri fa riferimento anche l'Indice dei Titoli delle Chiese, Oratori, Benefici, Monasteri, Ospedali e Luoghi Pii della Diocesi di Bologna (p.374) dell'Archivio Arcivescovile di Bologna.
Seguono dettagli della zona in alcune mappe storiche della collezione BolognArt.
Segue un particolare dalla "Pianta topografica del Comune di Bologna" [Con l'indicazione degli ampliamenti previsti nel suburbio dal piano regolatore della fine del sec. XIX], del 1886.
In attesa di scoprire nuove informazioni su questo antico oratorio, concludiamo con una nota a livello artistico. Secondo Renato Roli (1977, p.230) l'oratorio di Santa Maria delle Neve avrebbe ospitato il dipinto di "San Sebastiano e San Rocco" del pittore Nicola Bertuzzi detto l'Anconitano (ca 1710-1777), poi collocato dove è (?) tuttora, sopra l'altare della chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta di Casaglia (Corty, 1847; Fondazione Zeri).
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Navigare da Bologna a Cesenatico: il progetto visionario di Andrea delli Ambrosini e la sua "inventione" a fine Cinquecento
Come sarebbe potuto essere, a fine Cinquecento, navigare da Bologna fino a Cesenatico? Se 5 città sulla via Emilia - Imola, Faenza, Forlì e Cesena, oltre a Bologna - avessero avuto porti e un lungo canale che li collegava direttamente al mare?
Questo era l'obiettivo di Andrea delli Ambrosini, architetto bolognese che dedicò la sua "inventione" al Senato cittadino dopo che gli era "caduto in animo di pensare sare s'altra via ci fosse più breve, ò più atta, ò con minori impedimenti di questa da formare un nuovo Naviglio, che ci conducesse infino al mare".
Il prezioso documento storico che descrive il suo progetto visionario, accompagnandolo con una splendida incisione da matrice xilografica, riporta il titolo completo di "Inventione novamente ritrovata del facilissimo modo di far venire le barche del mare à Bologna, col dare Porto à cinque città: Non solo comodo per le mercantie, quanto per utilità grandissima alle sudette città".
Un esemplare è in collezione Archiginnasio, mentre quello che abbiamo il piacere di documentare in questo articolo proviene dalla raccolta privata di Marco Asta, che ringraziamo sentitamente per averci fornito le immagini e concesso la pubblicazione.
La stampa di Ambrosini non è datata ma si può attribuire certamente agli anni del pontificato di Gregorio XIII (1572-1585), di cui riporta lo stemma in alto a sinistra. Antonio Masini nella sua "Bologna Perlustrata" ne circoscrive la pubblicazione a circa il 1580: "Per condurre Navi al Mare, e dal Mare à Bologna, nel modo, che si fà con Sostegni nel presente Naviglio, fu con proportionato dissegno d'Andrea Ambrosini, circa del 1580, proposto di far un'Alveo, ò Stagno (...)".
L'opera idraulica, basata su questo "alveo, o stagno", avrebbe seguito una linea retta da Bologna fino al porto di Cesenatico, non lontano dal tracciato della via Emilia. Il primo porto, a Bologna, sarebbe dovuto essere costruito vicino a Porta di Strada Maggiore (Porta Mazzini). Le infrastrutture considerate necessarie alla realizzazione sono "ponti dove bisognasse, sopra quali l'alveo si conducesse fra due salde sponde di muro". Da dove sarebbe dovuta essere convogliata l'acqua? Dall'Appennino attraverso i numerosi mulini: "L'acqua da riempiere questo stagno, vorrei che si prendesse dalla parte verso la montagna, da molti molini, che vi sono et dalla maggior altezza delle palature di detti molini, si conducesse l'acqua fra due argini medesimamente sopra terra nel Stagno".
Nell'incisione sono rappresentati come fonti i fiumi Savena, Idice e Sillaro, con il loro corso "che viene tuttavia presentato nel disegno con alcune incongruenze geografiche (scorrono infatti tutti e tre nel contado bolognese, ma gli ultimi due vengono invece rappresentati tra Imola e Forlì)" (Ceccarelli, 2018, p.126). Per ridurre l'afflusso di acque in eccesso sarebbero serviti "diversi rissoratori fatti in diverse parti di questo alveo" mentre "diversi sostegni" avrebbero dovuto mantenere regolare l'altezza delle acque.
In realtà "l'inventione novamente ritrovata" di Ambrosini pare essere la rielaborazione di un progetto idraulico precedente che probabilmente Donato Bramante - in quegli anni operativo tra Bologna e Romagna e in contatto con l'amico e collega Leonardo da Vinci - propose a Papa Giulio II sul finire del suo pontificato, verso il 1510-1513 (Tuttle, 2001; Ceccarelli, 2018).
Tuttle illustra questo progetto precedente - trascurato secondo lo studioso californiano nella letteratura storica relativa al pontificato giuliano - basandosi su un manoscritto conservato presso la Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio di Bologna, dal titolo "Proposizione di fare un nuovo Naviglio, e disseccare le valli secondo l'Idea di Giulio II". Secondo Tuttle, il documento è settecentesco ma copia di uno più antico opera di un autore anonimo, quasi certamente bolognese e vissuto a non più di una generazione dalla "felice memoria" del pontificato di Giulio II. Quindi un documento databile verso la metà del Cinquecento (Giulio II morì nel 1513).
Quali sono le principali differenze, dal punto di vista geografico, di questo progetto risalente al periodo di Giulio II rispetto a quello di Andrea Ambrosini? Innanzi tutto il tracciato di quest'altra via d'acqua sarebbe stato più a nord, con sbocco alla Marina di Ravenna e non a Cesenatico. "Da Bologna a Ravenna avrebbe attraversato in direzione ovest-est qualcosa come 85 chilometri, o forse pochi di più" (Ibidem, p.13). Il punto di partenza bolognese inoltre sarebbe stato il villaggio di Corticella, tradizionale punto di arrivo del vecchio naviglio, e non la Porta di Strada Maggiore.
Sempre secondo Tuttle, nell'Inventione di Ambrosini "sono assenti riferimenti espliciti al progetto giuliano, tuttavia le connessioni o i paralleli sono piuttosto ovvi" (Ibidem, p.15). Lo studioso americano considera l'opera di Ambrosini infatti come una delle "svariate e fantasmatiche apparizioni" (per la precisione, la terza) che ha risvegliato, circa 70 anni dopo, il grande progetto della "Proposizione" giuliana, rimasto a giacere dentro gli archivi pontifici (Ibidem, p.19).
Anche il progetto di Ambrosini non fu mai realizzato. Secondo Marinella Pigozzi, nel suo saggio sulla rivista "Il Carrobbio", la Devoluzione di Ferrara allo stato Pontificio contribuì a renderlo inutile e obsoleto. "Non sono mancate proposte alternative [al Navile]. Basti qui ricordare il progetto di Andrea Ambrosini per lo scavo di un alveo artificiale che da Porta Maggiore con andamento parallelo alla Via Emilia avrebbe raggiunto il porto di Cesenatico attraversando gli scali portuali appositamente istituiti di Imola, Faenza, Forlì, Cesena. La sua data, 1580, lo colloca quasi a ridosso del passaggio di Ferrara col suo territorio allo Stato Pontificio (1598), passaggio che avrebbe favorito, o almeno non ostacolato i collegamenti tra i due centri rendendo inutile la proposta (Pigozzi, 1992, p.274). D'altronde "La necessità di scavare una simile infrastruttura derivava (...) dalla volontà di aggirare i pesanti dazi che pretendeva il duca di Ferrara, Alfonso I d’Este, su tutte le merci che transitavano dallo stato ecclesiastico lungo il Po, cercando di favorire invece un percorso tutto interno al territorio delle legazioni" (Ceccarelli, 2018, p.126).
Molto interessante notare come Tuttle attribuisca al prodotto cartografico della stampa di Ambrosini un ruolo determinante nell'inefficacia della presentazione e mancato successo del progetto stesso. "Non vi è dubbio infatti che la xilografia, nonostante la natura didascalicamente informativa - con il suo stile alquanto infantile - dovette contribuire al fallimento della proposta" (Ibidem, p.15).
La stampa di Ambrosini è comunque molto interessante dal punto di vista iconografico, in quanto riporta una delle prime incisioni in cui la città di Bologna è rappresentata con elementi raffigurativi realistici (a differenza, ad esempio, della veduta fantastica di Hartmann Schedel nella sua "Cronaca di Norimberga" di fine Quattrocento). Ben riconoscibili, infatti, le sue due torri.
All'opera di Andrea Ambrosini come architetto si deve anche l'edificio della Dogana, sede della Gabella Grossa e conosciuto come la "cisa di lavandèr” (chiesa dei lavandai), eretto nel 1580 al Porto Navile.
***
Appendice storica, sopra un progetto di fabbricare un nuovo canale di navigazione, che da Bologna andasse al mare direttamente.
"Lo storico Masina [Antonio Masini], alla pag.106 della più volte citata sua opera, parla di un progetto fatto nel 1580 da certo Andrea Ambrosini, col quale si pretendeva di aprire un nuovo canale di navigazione che da Bologna andasse al mare direttamente sboccando, al Porto di Cesenatico.
Nell'osservare ch'io faceva i diversi documenti che al presente nostro canale si riferiscono, e precisamente quelli che trovansi nell'Archivio della Gabella Grossa, mi venne fra le mani una carta stampata, e al modo delle mappe, avvoltolata con tela, a due cilindri di legno, la quale appunto contiene il progetto di che si parla. Cotesta stampa però non porta alcuna data, per cui non saprebbesi assicurare, se l'epoca indicata dal Masina sia veramente quella che a sì fatto progetto si riferisce: è vero che quella stampa trovasi avvolta da una carta manoscritta, che porta la data del 1580 per l'epoca di quel progetto; ma potrebbe essere che ciò si fosse fatto dietro l'autorità del Masina, e senza curarsi di meglio accertarsene. Tuttavia, il seguente indizio, è argomento sicuro, onde provare che l'epoca indicata dal Masina non è molto lontana da quella a cui appartiene il progetto Ambrosini. La stampa di che si parla, oltre all'arme di Bologna, porta anche quella della Santità di Gregorio XIII; dunque è indubitato che sotto il Regno di questo Pontefice, un tale progetto ebbe nascimento: ma Gregorio XIII, nato Ugo di Cristofaro Boncompagni, fu esaltato al Trono Pontificio l'anno 1572 e morì l'anno 1585; dunque entro il lasso di questi tredici anni il progetto in quistione dovette avere origine, ed è probabile che ciò seguisse nel 1580. Ma più dell'epoca in cui fu progettato cotesto nuovo canale, interessa di conoscere la sostanza del progetto medesimo; e perciò ho io divisato di trascriverlo quivi per intero e nello stile in cui fu scritto originalmente, acciocchè senza nulla togliere alla sua autenticità, possa ognuno conoscerne i pregi, ed amirare il buon volere del suo inventore.
"Inventione nuovamente ritrovata del facilissimo modo di far venire le barche dal mare à Bologna, col dare Porto à cinque città: Non solo comodo per le mercantie, quanto per utilità grandissima alle suddette città"
Agl'Illustrissimi SS. Senatori di Bologna.
"L'obligo, ch'io tengo con questa nobilissima città, che tanto caramente nel suo grembo mi hà raccolto alevato, e nodrito sino a questo tempo; mi sforza à manifestare alle SS. V. Illustrissime un certo mio pensiero di molti anni, tutto volto ad utile, et beneficio di lei; il quale è profittevole è di nessun momento che sia per riuscire, non poco sempre mi parrà d'haver guadagnato: perciocchè, se buono sarà giudicato, oltra l'utilità che ne risulta a tutti, non poca gloria essi acquistaranno, della quale io ne sentirò quel maggior contento, che del bene de' loro naturali padroni i buoni sudditi, et fedeli servidori devono sentire; ma quando anchora di niuno valore riuscisse, non però mi parrà haver fatto poco, perciocchè, oltra l'havere mostrato l'animo mio prontissimo à servire, et sodisfare à quel caldo desiderio che tengo di riconoscere in qualche parte l'infinito obligo ch'io hò alla patria mia, potrò forsi esser cagione, che altri più giudiciosi, et di maggior sapere movendosi applicaranno l'animo à dar perfetione à un tanto grando, et desiderato commodo.
Havendo molte volte considerato le difficoltà del Naviglio, il quale ora conduce le merci da Bologna à Ferrara, et molte et grandi, come è noto a tutti quelli che se ne servono, mi è caduto in animo di pensare sare s'altra via ci fosse più breve, ò più atta, ò con minori impedimenti di questa da formare un nuovo Naviglio, che ci conducesse infino al mare, et finalmente dopo molti discorsi fatti, mi sono risoluto sopra il disegno infrascritto; il quale hora di nuovo hò voluto à publica inteligenza divolgare, pregandole à volerlo conferire con i periti suoi, et se lo travaranno riuscibile, abbracciarlo, come cosa di molto honore, et infinita utilità à questa città, et alle altre à chi toccherà. Il disegno adunque è questo.
Intendo, che si faccia un alveo, o stagno che vogliamo dire, da Bologna per linea diritta infino al porto del Cesenatico in questa forma. Voglio, che alla Porta di Strà Maggiore si faccia il porto à man sinistra della strada, e da questo tirando sempre alla costa di essa strada si cominci un alveo d'acqua di larghezza tanta, che porti due barche in pari, et questo sia sopra terra munito da ogni parte d'argini di sufficiente larghezza, et altezza, pigliando per far ciò della crosta del medesimo terreno, in modo che il terreno resti nella sua forma senza lesione alcuna, et (se così piacesse per minor danno de' particolari) che si prenda un poco della strada publica; et se si dubitasse che questi argini così freschi non tenessero l'acqua, mi piacerebbe, che più volte vi si mandasse l'acqua torhida, che riempisse la loro porosità. Et perchè in tanto viaggio s'incorre in molti fiumi, et canali, i quali traversano la strada insieme con la dedutione di questo alveo; però sarebbe necessario, che si facessero Ponti dove bisognasse, sopra quali l'alveo si conducesse fra due salde sponde di muro. L'acqua da riempiere questo stagno, vorrei che si prendesse dalla parte verso la montagna, da molti molini, che vi sono et dalla maggior altezza delle palature di detti molini, si conducesse l'acqua fra dui argini medesimamente sopra terra nel Stagno. Et se quest'acqua alcuna volta paresse troppo, loderei, che si sborasse per diversi rissoratori fatti in diverse parti di questo alveo per questo effetto; et se non si potesse mantener l'acqua in tutti i luoghi nella medesima qualità per la bassezza, ò altezza de' luoghi, consiglierei, che à ciò si provedesse con diversi sostegni d'acqua, secondo che fosse necessario.
Nel porto Cesenatico si facesse un sostegno di grandezza, et larghezza sufficiente, à levar, et ponere la barche per condurle nel stagno, che in virtù di questi sostegni le barche dal mare à Bologna, et da quindi al mare si conduriano nel modo che si fà nel presente Naviglio di Ferrara; et perche la spesa sarebbe di qualche importanza, vorrei, che tutte le città le quali participassero di questo Naviglio facessero la parte sua, cioè Imola, Faenza, Forlì, et Cesena; la qual spesa però giudico, che fosse per esser moderata essendo sempre le calcine, giare, et sabbioni vicini all'opera, et essendo la massegna di Varegnana comodissima; et tanto più, che al ponte di Savena basta aggiuntare à man sinistra il condotto, et così fare à quel dell'Idice, il qual si dice, che si deve fare. Dalla qual opra (se à fine si condurà) non è niuno, che non conosca quanto honore, et quânta abondanza d'ogni cosa necessaria sia per causarsi alla nostra città. Questo è il mio parere, il quale rimetto al giudicio de più periti à giudicare, et alli Signori ad effettuare, bastandomi solamente, come hò detto, di mostrare l'animo mio tutto volto a comune utilità della mia patria, la quale Iddio conservi lungamente.
Di V. in SS buon. Illustrissime stato.
Humiliss. Servitore
Andrea delli Ambrosini
Le principali difficoltà che s'incontrano, volendo dare esecuzione a questo progetto, sono brevamente indicate da una nota manoscrita, che leggesi in calce della surriferita stampa, e della quale è ignoto l'autore. Convien dire però, che cotesta nota fosse fatta circa all'epoca medesima del progetto, perchè lo stile in cui è scritta, è quello stesso che leggiamo nella lettera dell'Ambrosini.
Ecco pertanto le parole di quella annotazione:
"È necessario che da Bologna al Cesenadigo prima sia decaduta sufficiente et proposito tanto per l'andare quanto per il ritornare, et è da advertire che mancaranno l'aque l'estate cominciando da Bologna, et andando in la molte miglia, perchè Savena, l'Idice, la Quaderna, la Gaiana, et altri fiumi et rivi sono secchi l'estate, che non si può pure macinare et la vernata poi, et per le gran pioggie quando ogni cosa corre, difficilmente si può obviare, et regolare I'impeto, et provedere alle rotture dell'acque. Et il porto, che cominciasse e si facesse alla porta di Strà Maggiore, che aqua puo egli havere, et di dove? E tanto piùmancarà e non vi sarà aqua abastanza l'estate, quando che il condotto, ò alveo fosse più largo, perche quanto che l'aqua va più larga, e più bassa, et poca da navicare massimamente l'estate, e per barche cariche".
Bibliografia e sitografia:
Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, Gabinetto delle stampe, Raccolta piante del territorio, altro esemplare della stampa
Opere della bibliografia bolognese che si conservano nella Biblioteca municipale di Bologna, Luigi Frati, Bologna, Nicola Zanichelli, 1888
Il Nettuno architetto delle acque. Bologna. L'acqua per la città tra Medioevo e Rinascimento, a cura di Francesco Ceccarelli e Emanuela Ferretti, Bologna, Bononia University Press, 2018, scheda di Francesco Ceccarelli, pp.126-127
"Bologna. Il porto al Cavadizzo", Marinella Pigozzi, Il Carrobbio, 1992, pp.273-284
Il Campo Trincerato di Bologna: storia e tracce fino ad oggi con la "Via dei Forti"
Sono passati poco più di 150 anni ma le poche tracce rimaste rendono molto poco conosciuto un importante pezzo di storia: il Campo Trincerato di Bologna, antico sistema di fortificazioni a difesa della città. Pur essendo quasi totalmente scomparso ha avuto un ruolo importante e ha influenzato lo sviluppo urbanistico di Bologna e delle sue periferie. In particolare, nella zona collinare la viabilità fu modificata secondo le esigenze militari, mentre ad esempio, ad Ovest, la “testa di ponte” di Casalecchio limitò per anni la crescita oltre il fiume Reno della cittadina.
Ma quando fu costruito? Il 12 giugno 1859 il Legato Pontificio lasciò Bologna dopo la Seconda Guerra di Indipendenza. Il giorno successivo si formò una giunta provvisoria di Governo composta da Gioacchino Napoleone Pepoli, Luigi Tanari, Camillo Casarini e Antonio Montanari.
Nelle settimane successive venne creata una Lega Militare che raccoglieva Parma, Modena, Firenze e le Legazioni Emiliano-Romagnole, comandate da Manfredo Fanti.
Secondo un progetto del Generale Fanti, per difendersi da eventuali futuri attacchi da nord occorreva costruire tre piazzeforti - Piacenza, Bologna e Ancona - che potessero impedire per gli anni a venire ogni rischio del ritorno di soldati austriaci.
Luigi Carlo Farini, intanto nominato Governatore delle Romagne, accettò il progetto, e nel febbraio 1860 venne presentata la pianta definitiva del Campo Trincerato. Nel raro manifesto in collezione BolognArt che segue, datato 14 settembre dello stesso anno, il Ministero della Guerra decreta relativamente agli espropri di immobili e terreni, con le modalità di loro valutazione economica tramite periti e di indennizzo ai proprietari, una volta da loro dimostrato con idonei documenti il relativo possesso.
Il Campo Trincerato di Bologna prevedeva una linea di difesa presidiata da circa 25.000 soldati. Era costituito da forti, terrapieni, lunette per una lunghezza di circa 12 chilometri attorno alla città e tra gli obiettivi mirava a proteggere anche l'area ferroviaria da poco costruita.
La fortificazione di pianura, che andava dalla Testa di Ponte di Casalecchio a San Ruffillo, era composta da tre linee. La prima era quella dei Forti, posti in posizione avanzata ed isolata. La seconda era quelle delle Lunette, il cui nome derivava dalla forma e in alcuni casi - come ad esempio, la Lunetta Gamberini e la Lunetta Mariotti - si è conservato nella toponomastica, anche una volta scomparse le fortificazioni.
La terza linea era composta da un trinceramento continuo, costruito a circa 1.000 metri dalle mura cittadine e che si fondeva in buona parte con la seconda linea delle Lunette.
Il sistema difensivo conoscerà la massima espansione nel 1866, per poi avere un rapido declino, dopo lo spostamento alle Alpi della frontiera con l'Austria.
La "Via dei Forti di Bologna"
Come BolognArt abbiamo parlato già del Campo Trincerato nella nostra ultima pubblicazione CollinBO relativamente in particolare a Forte Bandiera a Monte Donato. Con la volontà di contribuire a divulgare e raccontare questo pezzo di storia della città abbiamo ideato "La Via dei Forti di Bologna", un percorso che porti a riscoprirne le antiche tracce utilizzando le risorse della collezione BolognArt come mappe e documenti.
In questo video (in versione prototipale), realizzato con Google Earth, potete "planare" lungo la Via dei Forti oggi e nella antica carta topografica realizzata da Ludovico Facchini.
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Le quattro torri di Bologna: come sarebbe potuto cambiare il volto (e il simbolo) della città
Storia del ritrovamento e controverso abbattimento delle torri Artenisi, Guidozagni e Riccadonna nella Bologna di inizio Novecento (1916-1919)
“Du (gust) is megl che uan" recitava nel lontano 1995, ai suoi esordi in un famoso spot pubblicitario, uno dei più noti attori bolognesi … e se, concedendoci un volo pindarico e ancora più indietro nel tempo, le torri della nostra città invece che due, Asinelli e Garisenda, fossero state 4 o addirittura 5? Quanto sarebbe cambiato il volto del nostro centro storico e soprattutto il simbolo e immagine di Bologna nel mondo? Non lo sapremo mai del tutto ma qualche suggestione la avremo conoscendo meglio, attraverso fonti e documenti storici, un momento molto significativo dell’evoluzione dell’urbanistica cittadina, nel periodo tra la fine dell'Ottocento e il primo ventennio del Novecento.
Tutti noi sappiamo che le torri a Bologna sono numerose (se ne contano 24) ma soprattutto lo sono state ancor di più nel corso dei secoli (circa un centinaio tra il XII e XIII secolo), fino all’epiteto diffuso di Bologna come “Manhattan del Medioevo” oltre che di "Turrita". Ma in realtà sono pochi i bolognesi (da sondaggi diretti che stiamo facendo) e quasi nessuno tra i turisti e coloro che oggi vi risiedono e vivono provenienti da altre città, che conoscono la storia che racconteremo e sanno che la piazza che oggi ospita il monumento principe della città avrebbe potuto avere un profilo molto diverso.
Il Mercato di Mezzo e il Piano regolatore del 1889
Il Mercato di Mezzo era un dedalo di vicoletti e piccole piazze, nel cuore pulsante di Bologna. Con un impianto medievale, brulicava di arti e mestieri e vi risiedevano le relative corporazioni (tra le quali i Beccari, Mercanti, Falegnami, Pittori, Bombasari, Capestrari, Strazzaroli, Pellicciai). Avviato da uno studio del 1860 dell’ingegnere architetto Raffaele Faccioli, il piano regolatore della città fu approvato nel 1889 e prevedeva vari interventi. I primi, fra il 1902 e il 1904, riguardarono la demolizione quasi completa della cinta muraria del XIV secolo di cui furono conservate solo le porte originarie e qualche breve tratto. Altri interventi riguardarono proprio l’allargamento di via Mercato di Mezzo e la realizzazione di un nuovo grande asse centrale rettilineo (denominata via Rizzoli dal maggio 1880), con il conseguente allargamento delle vie Orefici e Caprarie e la costruzione di nuovi edifici. In quest’area, a partire dal 1910, furono demoliti interi isolati e scomparvero le stradine più corte e anguste i cui nomi facevano riferimento alle attività artigianali e commerciali che le contraddistinguevano. Solo le vie Caprarie (macellerie), Calzolerie, Orefici, Drapperie e Pescherie si salvarono.
Riscoprire delle torri secolari
Nei pressi di Piazza della Mercanzia, di fronte alle case Reggiani, proprio durante le demolizioni del terzo lotto di edifici furono rinvenute, inglobate tra le case, tre torri: la Artenisi (o Artemisia o Artenisia), che si trovava a metà della scomparsa via Zibonerie, sul lato orientale; la Guidozagni (o Conforti), di cui rimaneva il solo arco inferiore, e la Riccadonna (già Pepoli), visibile e incastonata tra gli edifici nel fianco ovest di Piazza della Mercanzia. Nell'agosto 1916 il Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti ordinò di “trarne accurati rilievi fotografici”.
La carta manoscritta in collezione BolognArt che segue, firmata dall’allora Ingegnere Capo del Comune e datata 28 gennaio 1918, ci mostra il nuovo assetto della città in via di realizzazione, da Palazzo Re Enzo fino a Piazza Ravegnana attraverso via Rizzoli, via Orefici e via Caprarie. Ed ecco vicino alle torri Asinelli e Garisenda, disegnate sulla pianta, la torre Artenisi e la torre Riccadonna.
Collezione BolognArt
Collezione BolognArt
Continuiamo il nostro racconto e dalla cartografia passiamo alla documentazione fotografica. In primis un'immagine storica, giunta a noi attraverso una rara cartolina viaggiata nel maggio 1918 (Collezione BolognArt). Il titolo è eloquente: “Le quattro torri di Bologna”.
Collezione BolognArt
In realtà, come abbiamo detto, le torri erano addirittura cinque. La più malmessa e prima a essere abbattuta fu la torre Guidozagni nell’aprile 2017. Anche se non visibile o citata, era in realtà ancora in piedi nella fotografia della cartolina, che evidentemente fu scattata almeno un anno prima della sua spedizione postale. Lo testimoniano altre immagini che mostrano la torre Guidozagni visibile quando attorno alle “tre torri” erano già state completamente demolite, a differenza della cartolina precedente, tutte le vecchie case e i palazzi circostanti.
Seguono altre meravigliose immagini storiche – una fotografia originale dall'archivio SBAP del tratto finale del Mercato di Mezzo e una serie di cartoline dalla collezione di Fausto Malpensa - che mostrano come apparivano le 4 torri, già più o meno isolate dagli edifici che le circondavano e in parte inglobavano, e prima della “decisione finale”.
Archivio fotografico SBAP: Bologna/ Gruppo delle torri Artenisi e/ Riccadonna dopo la demolizione/ delle case adiacenti/ veduta da Piazza Ravegnana - ca 1916 - ante 1919/01/20 - Veduta delle torri Riccadonna e Artenisi (negativo) di Bolognesi Orsini (ditta)
Collezione Fausto Malpensa
Collezione Fausto Malpensa
Collezione Fausto Malpensa
Il dibattito del tempo: "conservatori" contro "picconatori", "sacrilegio" o demolizione di "mozziconi di torri"?
Il Piano regolatore con la sua applicazione rappresentò sicuramente uno stravolgimento per Bologna, come abbiamo già avuto modo di accennare: demolizioni e sventramenti di interi isolati, nuove costruzioni, l'evacuazione dei residenti, delle attività commerciali, artigianali e delle corporazioni. In questo contesto, le tre torri rinvenute generarono un acceso dibattito: da una parte i "conservatori delle testimonianze storico-artistiche" e dall'altra "i demolitori dei 'mozziconi di torri".
Chi fu contro e chi pro?
A favore della conservazione si schierarono il Comitato per Bologna storico-artistica (come ricorda la lastra commemorativa collocata in Via Castiglione 6 nel 1958), la Commissione per la conservazione dei monumenti dell'Emilia e la Società Francesco Francia.
Al dibattito partecipò anche il Vate, Gabriele D’Annunzio, che scrisse una famosa lettera all’amico professore di filosofia Giorgio Del Vecchio che aveva lanciato una petizione popolare per la conservazione delle torri. La lettera, inviata il 21 aprile 1917 e pubblicata nel numero mensile del Touring Club con il titolo "Per la salvezza di tre storiche torri bolognesi" (23 aprile 1917) e dal Corriere della Sera il 27 aprile successivo, riportava:
“Ed ecco Bologna minacciata di sacrilegio. Uomini mercantili, ben più aspri di quelli che frequentavano la bellissima loggia vicina, vogliono diroccare la testimonianza dell’antica libertà armata per ridurre al valore venale il suolo e per gettarvi le fondamenta di chi sa quale enorme ingiuria.”
Membro del Comitato per Bologna Storico-Artistica, un altro grande sostenitore della conservazione fu l’Architetto Alfonso Rubbiani. Il suo piano alternativo, proposto insieme all’Ingegnere Gualtiero Pontoni nel 1909, mirava a salvare le torri e gli edifici di via Orefici e del Mercato di Mezzo ma venne respinto dall’Amministrazione comunale.
Inutilmente si battè anche Corrado Ricci, nume tutelare delle Belle Arti del primo quarto del XX secolo e Direttore centrale delle Antichità e Belle Arti, come testimonia anche il ricco carteggio avuto insieme all’Architetto Guido Cirilli, anch’egli a favore del salvataggio, insieme tra gli altri a Manfredo Manfredi, al senatore Pompeo Molmenti e al sovrintendente di Bologna Luigi Corsini.
“Cinque o sei fanatici ammiratori e conservatori di tutto ciò che è antico, solo perché è antico”, persone “infelicemente colpite da archeologica, pietosissima mania!”, così li definirà, sulla pagina del foglio “La Striglia”, l’Ingegner Giuseppe Ceri, “picconatore” e massimo sostenitore della demolizione di quei due “mozziconi”.
Giuseppe Ceri e la sua "Striglia" - Collezione Fausto Malpensa
Il 4 maggio 1917, sulla “Striglia”, Ceri scrisse con veemenza contro tutti i sostenitori del salvataggio. Le opinioni del Vate furono etichettate come “dannunziane coglionerie”; gli “egregi signori Cirilli e Manfredi” definiti rei di aver ordinato “al sopraintendente dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti emiliani, di isolare codesti mozziconi [i.e. le due torri Riccadonna e Artenisi] e rafforzarne uno, perché minacciante rovina, allo scopo di vederne il prospettico effetto; il quale effetto chiaro si vede nella unita stampa, e meglio sulla faccia del luogo lo si vede e lo si deride da bene intenzionati intelligentissimi osservatori”. Ceri commentò anche in questo modo: “La torre degli Asinelli è alta metri 97.20 / La torre A dei Riccadonna è alta metri 20. – / La torre B degli Artenisi è alta metri 22. – / Da queste misure si arguisce che i due mozziconi Riccadonna ed Artenisi non ponno che ridicolissimamente stare in compagnia degli Asinelli [...]”. Il bizzoso ingegnere non mancò anche di strigliare l’allora sindaco di Bologna, Francesco Zanardi, soprannominato l’“Annonario”, colpevole di essere troppo “tentennìno” e che sollecitò aspramente ad agire.
La decisione finale: l'abbattimento delle torri
Le ragioni dei conservatori ebbero la peggio e con esse la secolare storia delle torri. Nel gennaio 1919 il Comune avviò l’abbattimento adducendo motivi di sicurezza e viabilità e la necessità di dover completare la sistemazione del centro storico per evitare "un disagio insopportabile per la viabilità e il commercio", per il decoro cittadino, per dar lavoro ai disoccupati e poter procedere alla vendita dell’area.
Una lettera di Corrado Ricci, spedita all’Ingegner Guido Zucchini, allievo di Alfonso Rubbiani, che precedette di poco tempo l’abbattimento riportava:
“Ch. Ing. Sì, non ci è che disperare! Il Ministero, non avendo possibilità giuridica per impedire la demolizione delle torri, è giunto ad offrire centomila lire al Municipio pur di salvarle. Ma che cosa vuole sperare quando persone di Bologna colte ed avversarie dell’attuale amministrazione sono giunte a dire al Ministro che la conservazione di quei due 'mozziconi' era una 'buffonata'? La bellezza artistica di una città è il frutto dell’amore dei cittadini. Altro che leggi e regolamenti!”
A gennaio 2019 una delibera del Comune sancì l’inizio della fine (telegramma per Roma del soprintendente ai Monumenti dell'Emilia Luigi Corsini del 20 gennaio 1919: “Stamane Comune Bologna iniziata demolizione Torre Artenisi”). Il Comune, nel suo operato, ebbe il saldo appoggio della Società degli Ingegneri e Architetti che aveva portato avanti il proprio progetto e prevalsero ingenti interessi economici alla base della volontà di demolire per ricostruire.
Nel marzo del 1919 un disegno satirico di Guido Montanari (conservato in Archiginnasio), intitolato “La demolizione delle Torri Riccadonna e Artenisi”, raffigurava l’operazione come praticamente conclusa: sui monconi dei due edifici gli operai armati di piccone lavorano alacramente mentre il Professore Giorgio Del Vecchio viene rappresentato in maniera caricaturale.
Va (purtroppo) ricordato che con le tre torri citate, sempre tra il Mercato di Mezzo e l’attuale Piazza Re Enzo nelle aree destinate alla costruzione dei primi due lotti, erano state già abbattute a inizio ‘900 anche le torri Atticonti, Tencarari e Tantidenari (detta “dei Telefoni” per il traliccio a cui erano allacciati i fili della prima compagnia telefonica bolognese).
E voi, conosciuta questa storia, con chi vi sareste schierati? Per quale posizione avreste parteggiato da cittadini bolognesi viventi in quegli anni? Vi immaginereste oggi dire a un amico "Ci vediamo alle Cinque Torri"?
Ringrazio gli amici Fausto Malpensa, per la consueta cortesia nel mettere a disposizione il suo prezioso materiale documentario e Carlo Pelagalli, sempre disponibile a suggerimenti e pareri competenti.
Paciu Maison, un piccolo viaggio onirico in una "casa museo" particolare nei dintorni di Bologna
Domenica 03 Dicembre 2023 19:09
Vi raccontiamo la nostra personalissima esperienza di oggi a Paciu Maison, un'interessante "casa museo" situata nelle campagne tra Prunaro e Ponte Rizzoli, nei dintorni di Bologna. La raccontiamo in prima persona, definendola "personalissima", perché è un luogo che nasce per essere, a nostro avviso riuscendoci, un "viaggio onirico" tra un tripudio di suggestioni, segni e oggetti - moderni e antichi - luci, materie e colori differenti. Quindi sarete voi, nel visitarla, a dare alla casa i vostri personali significati. Ovviamente nell'incontro con il vivace racconto dell'artista-direttore e degli altri accompagnatori.
Prenotiamo la visita in una domenica tardo autunnale. L'ora è quella del tramonto e, in attesa della visita, ci accoglie, con i colori della stagione, il giardino esterno. Già ricco di materiali e decorazioni "di recupero"...
Il retro della maison, antica casa del fattore, divenuta oggi un'opera "abitabile", mentre il resto degli edifici del borgo contadino - principalmente ex stalle - sono stati ristrutturati e trasformati in moderne abitazioni.
La visita ha inizio. L'ingresso nella casa è sulla Sala della Genesi, che apre "le acque" tra mare e cielo al percorso...
Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Dicembre 2023 23:32
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